mercoledì 6 dicembre 2017

BIO TESTAMENTO. UNA LEGGE A FORTE CONTENUTO EUTANASIACO

Signor Presidente, onorevoli colleghi, 
ci troviamo dinanzi a una proposta di legge controversa e divisiva sulla quale bisogna ragionare con assoluta lucidità e serenità d'animo, fuori da qualsiasi logica aprioristica e chiusa al dialogo.
Vorrei sottolineare come chi contesta questa proposta non è contrario tout court al consenso informato o alla possibilità delle DAT, ma devono essere le due questioni, consenso informato e DAT, proporzionate alla situazione reale. Invece ci troviamo ad affrontare, così come pervenuta a quest'Assemblea dalla Camera dei deputati, una proposta di legge che, a mio avviso, va in una direzione sbagliata e dissennata. È una legge che ha un forte contenuto eutanasiaco. È una legge che, partendo dal concetto di pietà, di fatto, si trasforma, attraverso un meccanismo di perversione della pietà, in un sorta di abominio. Spiegheremo perché.
Stamane, nel mio intervento sulle questioni pregiudiziali di costituzionalità, sono partito da un assunto che voglio qui ripetere: nessuno di noi vive per se stesso, nessuno di noi muore per se stesso. Invece, l'assunto di questa legge è assolutamente contrario a tale principio, perché parte dall'idea dell'autodeterminazione della persona e questa autodeterminazione arriva fino a far considerare come diritto disponibile da parte del soggetto la vita.
Sinora abbiamo sempre ragionato in un sistema di leggi morali, che sono state poi tradotte in principi costituzionali, recepite anche nella nostra Costituzione, e anche in un sistema ordinamentale e in una serie di sentenze che si sono susseguite nella giurisprudenza in questi decenni, che hanno considerato come la vita non sia un bene disponibile. Orbene, questo è a nostro avviso il presupposto da cui parte questa proposta di legge e da cui partono tutti gli errori che tra poco illustrerò.
Ci sono quindi aspetti da approfondire e un primo no certamente è indirizzato al valore praticamente definitivo delle DAT, espressione di una presunzione culturale che ritiene possibile misurare a priori la realtà proprio quando essa si fa urgente nel dolore. È arrogante chi vuole legiferare sull'ignoto, o meglio sul mistero. È assolutamente folle e arrogante chi vuole impadronirsi della morte andando addirittura a vagheggiare una dolce morte.
Poi c'è un'altra serie di questioni sulle quali concentreremo la nostra attenzione. La prima è che siamo passati da un testo che parlava di «dichiarazioni» a un testo in cui si parla di «disposizioni». Altra questione è quella di considerare la nutrizione e l'idratazione un trattamento sanitario. C'è poi la questione della revoca delle DAT, quella che riguarda i minori e gli incapaci, e tutto ciò non tiene conto di due aspetti fondamentali: l'attualità delle varie situazioni che si vanno a creare e la loro contestualizzazione.
Di fatto si va verso un riconoscimento del suicidio, che si trasforma, via via, da suicidio assistito in omicidio consentito. In tutto questo c'è una deminutio della figura del medico: il medico che si è sempre occupato del bene integrale della persona, della salvaguardia della vita e dell'integrità psicofisica del paziente, viene trasformato, nell'articolato di questa proposta di legge, in una sorta di esecutore, un mero esecutore che rischia di trasformare la proprio azione professionale addirittura in reato e quindi in illecito.
Soprattutto, in questo disegno di legge c'è un divieto all'obiezione di coscienza, che non viene assolutamente riconosciuta. A sua volta, ciò rappresenta una violazione del diritto italiano, del diritto costituzionale e anche del diritto internazionale. Sappiamo come quello all'obiezione di coscienza sia un diritto fondamentale della persona e questo sicuramente è da estendere non solo alla persona, ma anche alle strutture; la norma, invece, prevede l'obbligatorietà dell'applicazione a tutte le strutture, sia pubbliche che private.
Tutto questo deriva da un'idea di uomo cui viene, per così dire, sconsigliata e scoraggiata la speranza e le domande di senso e verità che, soprattutto nel dolore, rendono misteriosa e spesso mirabile la natura umana.
Qualche giorno fa il direttore dell'unità di cura palliativa di un'importante ASL poneva questa domanda: «Perché dobbiamo in gran fretta assicurare il diritto di morire, prima di aver fatto tutto il possibile per garantire a chi è in condizioni incurabili o croniche la stessa accoglienza, lo stesso rispetto, le stesse opportunità, senza limitazioni di tempo, dovuti a tutti gli altri?».
 Vorrei anche focalizzare una parte del mio intervento, così come avevo anticipato, sull'aspetto che riguarda la nutrizione e l'idratazione artificiali. Sono andato a rinfrescarmi la memoria. Molti colleghi sanno che sono un medico, ma avevo dei dubbi e può darsi che i miei studi fossero datati nel tempo, visto che mi sono laureato nel lontano 1982. Ma ancora oggi i manuali della professione medica operano una precisa distinzione tra due concetti erroneamente considerati sinonimi: un principio è quello della terapia, con cui si intende ogni trattamento sanitario finalizzato alla guarigione del malato; invece, per cura si intende ogni presidio assistenziale destinato alla cura della persona. Da questa distinzione deriva che la terapia è in relazione alla malattia, mentre la cura è relazionata alla persona. Se non c'è malattia non c'è terapia, mentre ovunque ci sia una persona, c'è sicuramente cura e questo indipendentemente dalle condizioni di salute.
A quale logica risponde l'affermazione per cui, quando la suddetta cura viene praticata da altra persona, in quanto il soggetto non è autonomo, diventa una terapia, anzi un accanimento terapeutico, che, in quanto tale, può essere sospeso?
Non è accettabile che si ignori o venga totalmente disatteso il pensiero con cui si è più volte espresso il Comitato nazionale per la bioetica, il quale, investito direttamente del problema, sostiene che alimentazione e idratazione artificiali, in quanto mezzi ordinari di sostegno vitale, non possono essere considerati terapie in senso stretto e fanno parte delle cure assistenziali dovute a ogni malato, soprattutto se inabile. Acqua e cibo non diventano una terapia medica soltanto perché vengono somministrati per via artificiale. La sospensione di nutrizione e di alimentazione va valutata non come doverosa interruzione di un accanimento terapeutico, ma piuttosto come una forma particolarmente crudele di abbandono del paziente. La richiesta delle DAT di un tale trattamento si configura come la richiesta di una vera e propria eutanasia omissiva, omologabile sia eticamente che giuridicamente a un intervento eutanasico attivo, illecito sotto ogni profilo.
Comunque, anche per quanto riguarda la nutrizione e l'idratazione artificiali, deve valere il principio di appropriatezza: se l'alimentazione e l'idratazione appaiono appropriate rispetto allo stato clinico del paziente, non costituiscono accanimento terapeutico e non possono essere in ogni caso sospese.
Ovviamente, qualora il medico si trovasse di fronte a una condizione di malassorbimento, di rigetto, di non assimilazione, di stasi del circolo per deficit cardiocircolatorio, sarà il primo garante dell'interruzione, in quanto presidio non appropriato e dannoso. (Richiami della Presidente).
Potrei continuare ancora con altre osservazioni, ma le chiedo, signora Presidente, ancora un minuto di pazienza. Ritengo che l'errore fondamentale di chi vuole questa legge sia quello di voler superare il senso del limite; quel senso del limite che nella legge morale, che prescinde da tutte le altre leggi, perché ne è all'origine, dovrebbe sempre far distinguere all'uomo quello che deve essere fatto da quello che non deve fare. Allora, signora Presidente, mi chiedo ancora una volta: qui dentro, quis ut deus(

INTERVENTO IN AULA SUL BIO TESTAMENTO

Signora Presidente, 
nella giornata di ieri, nell'avvio del dibattito su un tema così controverso e divisivo, abbiamo ascoltato di tutto e di più. Abbiamo anche sentito in maniera assolutamente impropria più volte dei riferimenti a una presunta volontà o desiderio del Sommo Pontefice. La citazione è assolutamente impropria in un'Aula del Parlamento italiano per motivi ovvi: qui evidentemente legiferiamo ai sensi della Costituzione e in uno Stato che ha assoluta sovranità. I riferimenti sono ancor più fuori luogo perché le citazioni erano assolutamente errate. Abbiamo sentito più volte fare confusione tra concetti diversi: l' eutanasia e l'accanimento terapeutico sono concetti e pratiche assolutamente diverse.
Il tema fondamentale del mio intervento oggi verte sulla questione di costituzionalità sollevata ieri. Ho ascoltato con attenzione gli interventi e tra tutti mi ha colpito particolarmente l'intervento del senatore Manconi. Proprio il suo intervento mi ha profondamente convinto dell'incostituzionalità di questo disegno di legge nella forma che stiamo esaminando. Ci sono una serie di questioni da sollevare e da proporre, ma vorrei partire da un principio, che è l'assunto secondo il quale nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso.
Il disegno di legge in questione, pur non adoperando mai il termine eutanasia, ha di fatto e nella sostanza un contenuto eutanasico. Infatti, sostanzialmente riporta nella potestà della persona la disponibilità all'autodeterminazione di un bene indisponibile come la vita umana. Per la prima volta, nel nostro ordinamento si afferma in modo esplicito il principio della disponibilità della vita umana contro quello della sua indisponibilità. Si rende, quindi, la vita un bene disponibile e ciò è evidente all'articolo 1, comma 5, quando si precisa che il paziente può esprimere «la rinuncia o il rifiuto di trattamenti sanitari necessari alla propria sopravvivenza». Ciò, oltre ad essere gravissimo in sé e a incidere sui fondamenti della deontologia medica, fa chiedere perché altri beni, oggettivamente meno rilevanti, nella vita, non siano assolutamente considerati come disponibili. Faccio degli esempi: è notorio come la possibilità di non godere delle ferie o di permutare le ferie in maniera diversa da parte del cittadino lavoratore non sia nella disponibilità del cittadino stesso. Non si può rinunziare; le ferie non possono essere commutate in indennità aggiuntive. Il cittadino non può avere piena disponibilità dei propri contributi previdenziali perché, se così fosse, il cittadino potrebbe disporre dei propri contributi previdenziali utilizzando sistemi assicurativi e tutele diverse e alternative rispetto alla previdenza sociale o rispetto alle casse previdenziali private. Potrei fare altri esempi di questo tipo. Eppure stiamo parlando di cose molto meno importanti rispetto alla tutela della vita.
Un'altra considerazione è che nella dicitura iniziale della proposta di legge si parlava di dichiarazioni e - guarda caso - il testo che ci arriva non parla più di dichiarazioni, ma di disposizioni. Non sfuggirà a questa Assemblea che la differenza non è da intendersi soltanto dal punto di vista lessicale, ma ha rilevanze giuridiche assolutamente diverse. Un altro aspetto fondamentale, sul quale noi non possiamo essere d'accordo, è quello relativo alla definizione della nutrizione e della idratazione artificiali quali trattamento sanitario, perché la nutrizione e l'idratazione non sono assolutamente da considerarsi delle forme di trattamento e confondere l'essenza ed il fine di una cosa con il mezzo è un errore assolutamente vistoso. La nutrizione e l'idratazione costituiscono dei sostegni indispensabili alla vita, tanto per la persona sana quanto per l'ammalato. Non perdono la loro essenza quando il mezzo della loro attuazione non è quello ordinario. Va aggiunto, tra l'altro, che l'interruzione della nutrizione e dell'idratazione conducono alla morte della persona, quindi di fatto l'operatore sanitario che si presta ad una pratica di tale genere, di fatto esegue un intervento di eutanasia attiva.
Nella stessa direzione eutanasica va anche l'aspetto che riguarda la disciplina delle revoche delle disposizioni anticipate di trattamento, perché le DAT, di fatto, così come possono essere rese, possono essere revocate, ma possono essere revocate da una persona nella piena capacità di intendere e di volere. Quando ciò non si verifica, quando il soggetto diventa incapace, a chi viene data la facoltà di interpretare o di applicare queste DAT? Queste disposizioni verranno applicate da un eventuale amministratore di sostegno, da un fiduciario il quale, a sua volta, potrebbe trovarsi in palese conflitto di interesse rispetto al paziente che, in altri tempi e in altro periodo, ha reso le DAT. Oppure, in mancanza di un fiduciario, dovrebbe essere il medico, l'operatore sanitario a rendersi interprete di queste dichiarazioni, ma anche questo pone dei problemi e comporta delle ricadute di responsabilità sull'operatore sanitario che, di fatto, non competono al medesimo.
Questo discorso e questo stesso ragionamento li possiamo applicare per la disciplina in favore dei minori ed incapaci: in questo caso, ci troveremmo in un altro ambito, che è quello della cosiddetta eutanasia del non consenziente.
Infine, un'altra questione fondamentale è l'alterazione del rapporto medico-paziente. In genere, il rapporto medico-paziente, per gli indirizzi della giurisprudenza, ma anche per la legislazione che si è accavallata in questi decenni, è sempre stato considerato un rapporto assolutamente bilanciato, basato sul diritto del paziente all'informazione e sul dovere del sanitario di informare (il cosiddetto consenso informato), legato essenzialmente alla libera determinazione del rapporto bene-fiduciario. Questo genere di norma che si vuole introdurre nel nostro ordinamento, invece, va ad alterare questo principio e tutto questo verrebbe a mettere l'operatore sanitario o il medico in una posizione di assoluta debolezza, esponendolo dal punto di vista legale a tutta una serie di conseguenze che la legge non prevede, o meglio ancora che la legge di fatto prevede allorquando dice che il medico è esente, nell'applicazione della DAT, da qualsiasi implicazione di natura civile o penale. Questa, di fatto, è un'ammissione gravissima, perché vuol dire che ci troviamo di fronte ad una norma che va al di là della portata annunziata e che costituisce, di fatto, una premessa per una legislazione verso forme eutanasiche che assolutamente noi non condividiamo e non apprezziamo.
Conseguentemente, signora Presidente, siamo in aperta violazione dell'articolo 2, dell'articolo 13 e dell'articolo 32 della Costituzione. Noi siamo fermamente convinti che questa norma non sia assolutamente conforme al nostro dettato costituzionale, quindi, esprimeremo un voto in tal senso

martedì 5 dicembre 2017

IL BIOTESTAMENTO NON SIA UNA BANDIERA ELETTORALE

E' grave che un tema così controverso e divisivo arrivi negli ultimi giorni della Legislatura, al di fuori di ogni logica al solo fine di rappresentare nei fatti una bandiera da sventolare sui campi dell'imminente campagna elettorale. Di fronte alle notevoli urgenze del Paese è incredibile che si incardini la legge sul cosiddetto fine vita, che nella sostanza ha un contenuto eutanasico. 
Per quanto mi riguarda è una legge pericolosa che, tra i tanti punti negativi, inserisce per la prima volta nel nostro ordinamento il principio della disponibilità della vita umana, sovvertendo quanto scritto nella Costituzione e nel complesso delle leggi ordinarie, interrompendo una lunga e consolidata tradizione della cultura giuridica italiana"

giovedì 30 novembre 2017

IL PRESSAPOCHISMO DI MORANDO NELL'ESAME DEGLI EMENDAMENTI

"Ho ascoltato con attenzione la replica del viceministro Morando e, seppur condivisibile nell'impostazione politica, non posso non rilevare nel suo intervento una serie di inesattezze. 

Durante i lavori sulla legge di Bilancio numerosi emendamenti sono stati esaminati con pressapochismo ed in maniera sciatta, proposte che, ad esempio, avrebbero potuto produrre effetti positivi sia sul piano economico, con la creazione di nuovi posti di lavoro ed un aumento deciso del Pil, e sia sul piano ambientale. 

Mi riferisco a due emendamenti in particolare, a quello sull'equity crowdfunding e a quello sul bonus per l'acquisto di elettrodomestici a basso consumo energetico. 

Il primo avrebbe consentito alle Piccole e Medie Imprese italiane di raccogliere, attraverso i gestori di portali on-line vigilati dalla Consob, capitale di debito presso investitori professionali. Il tutto con un aumento di gettito fiscale di 120 milioni di euro per ciascun anno dal 2018 al 2027, pari a 1,2 miliardi di euro in un decennio, senza, peraltro, prevedere alcun aggravio per le casse dello Stato. 

Riguardo il secondo emendamento non solo avrebbe consentito il rinnovo del parco di elettrodomestici in Italia, con l'acquisto di più nuovi e perciò più performanti, ma avrebbe anche permesso all'Italia di dare un segnale importante rispetto all'adempimento del nostro Paese verso gli obblighi sulla riduzione di emissioni. 

L'impressione che quindi si ricava da tutto il lavoro svolto in queste settimane è che il viceministro Morando ed il governo abbiano agito in maniera confusionaria e gli stessi lavori di oggi non fanno che confermano questa impressione. 

L'auspicio è che alla Camera queste sbavature vengano meno e si possa fare una lettura più attenta degli emendamenti e delle proposte presentate".

giovedì 23 novembre 2017

MARITTIMI E OPERAI DELL'AGRICOLTURA ESENTATI DALL'INNALZAMENTO DELL'ETA' PENSIONISTICA

Dal Governo è giunto un importante atto di giustizia sociale che amplia la categoria dei cosiddetti lavori gravosi, esentando così dall'innalzamento della pensione a 67 anni gli operai dell'agricoltura, della zootecnia, i marittimi ed i pescatori dipendenti o costituiti in cooperativa.
Si tratta di un riconoscimento dal grandissimo valore sociale, che viene incontro alle nostre richieste che da anni avevamo formulato.
Non possiamo quindi che essere soddisfatti della decisione presa oggi dal Governo!

mercoledì 22 novembre 2017

LOTTA AL CAMBIAMENTO CLIMATICO: DOVEROSO COINVOLGERE TAIWAN

Il 15 novembre scorso è stata presentata al Senato una Mozione – firmata dai Senatori Giuseppe Francesco Marinello, Fabiola Anitori, Franco Conte, Mario Dalla Tor, Roberto Formigoni, Marcello Gualdani, Pippo Pagano e Salvatore Torrisi – che impegna il Governo a sostenere la partecipazione pragmatica e costruttiva di Taiwan alla Convenzione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Sostenibile (UNFCCC) e alle riunioni della Conferenza tra le Parti (COP) la cui ultima si è svolta a Bonn dal 6 al 17 novembre. Il primo firmatario della Mozione è il Senatore Giuseppe Francesco Marinello, Presidente della 13ª Commissione Territorio, Ambiente e Beni Ambientali del Senato. Lo abbiamo intervistato sul contenuto e le motivazioni della Mozione volta a sostenere gli sforzi di Taiwan su questi temi cruciali per l’intero Pianeta.

Presidente Marinello, quali sono le ragioni della Mozione da lei promossa?

Il riscaldamento globale e il cambiamento climatico rappresentano due fenomeni che affliggono tutta l’umanità, nessuno escluso. Sulla base di tali incontrovertibili constatazioni l’ONU, negli ultimi 23 anni, ha sviluppato una strategia, volta al miglioramento della cooperazione internazionale per affrontare queste tematiche, formulata nella Convenzione delle Nazioni Unite per il Cambiamento Climatico (UNFCCC). L’idea di fondo è strategica ed è finalizzata ad includere il più ampio numero di Paesi per combattere fenomeni di carattere globale. Un’impostazione ribadita dagli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile (SDGs) del 2015, che recitano esplicitamente che nessun Paese sarebbe stato messo da parte. Tuttavia, se si guarda alla situazione di Taiwan, è evidente che stiamo lasciando indietro qualcuno e ciò avviene, purtroppo, per motivi del tutto estranei – dunque inaccettabili – alla natura dei citati accordi e delle conclamate e conseguenti azioni operative.
In che senso le Nazioni Unite stanno “lasciando indietro” Taiwan? Perché dovrebbe essere inclusa nei consessi che ha citato?
La questione generale è nota ed è da sempre dibattuta: la Risoluzione delle Nazioni Unite del 1971, che assegnò a Pechino il seggio appartenuto dal 1945 alla Repubblica di Cina, Paese fondatore delle stesse N.U., non ha risolto – per la perdurante interdizione cinese – il problema della mancata rappresentanza di Taiwan e dei suoi 23 milioni di abitanti. Ciò premesso, a partire dal 1995 – anno della prima riunione della COP-, Taiwan ha potuto partecipare alle relative attività come “organizzazione non governativa” o come osservatore. Questo significa che, nonostante Taiwan sia un paese sovrano, retto da trasparenti istituzioni democratiche e rappresentative – quel “Rule of Law” proprio degli Stati di diritto, radicalmente diverso dal “Rule by Law” dei regimi totalitari – e nonostante che sia oggi la 22ª maggiore economia del mondo, la sua posizione è costretta ai margini per le “ragioni” politiche che conosciamo. Già solo tenendo in considerazione questi elementi è facile capire come questo ostracismo sia irragionevole, ingiusto e fuori dalla realtà. Ma la situazione appare ancor più paradossale se si guarda ad altri dati, legati alle questioni ambientali.
A quali dati si riferisce?
Mi riferisco al fatto che Taiwan è il 21° maggior emissore mondiale di Ossido di Carbonio. Si tratta, poi, di un Paese densamente popolato che affronta regolarmente fenomeni climatici estremi – si pensi ai tifoni e ai terremoti. Per cui, se si vuole discutere di questioni climatiche, credo che siano a tutti evidenti e doverose le ragioni per includere Taiwan nelle discussioni. Inoltre, come se non bastasse, bisogna tenere in conto gli sforzi che i Governi di Taipei hanno messo in campo negli ultimi anni, se non decenni, rispettando scrupolosamente le direttive e le strategie stabilite dalle Nazioni Unite. Pur non essendo tenuta a rispettare gli accordi sulle questioni ambientali, da ultimo quello di Parigi, Taiwan si è impegnata a ridurre le emissioni dei gas serra al 50% dei livelli attuali, entro il 2030. Un processo che passerà anche attraverso lo smantellamento delle proprie centrali nucleari e l’aumento dell’energia, proveniente da fonti rinnovabili, al 20% (cinque volte il livello attuale) entro il 2050. Uno sforzo enorme, se si considera che Taiwan soddisfa il 98% del suo fabbisogno energetico per mezzo delle importazioni. A questo si aggiunga il fatto che, lo scorso settembre, il Governo di Taipei ha presentato la sua SDG (anche questa non richiesta dall’ONU), con la quale sono stati riassunti gli innumerevoli progetti volti a raggiungere gli obiettivi citati, e anche i numerosi programmi di cooperazione internazionale per promuovere lo sviluppo sostenibile di alcune economie emergenti in Asia, Africa e America Latina.
In poche parole: nonostante Taiwan venga esclusa dalla comunità internazionale, per imposizioni politiche completamente estranee alle tematiche ambientali, si sta affermando come uno dei Paesi più virtuosi, in Asia-Pacifico, proprio sul terreno delle profonde riforme e innovazioni necessarie per la salvaguardia climatica. È palese che si tratta di una situazione a dir poco assurda.
A questo punto, perché escludere Taiwan? E perché ritiene che questa esclusione sia ingiustificata?
L’esclusione di Taiwan, come ho già ricordato, rimanda all’esclusione del Paese dalle Nazioni Unite e dalle sue Agenzie specializzate. Si tratta, lo ripeto, del prodotto di pressioni politiche piegandosi alle quali l’ONU è entrato, e rimane, in contraddizione proprio con i principi fondanti che essa stessa promuove, che sono alla base della sua costituzione e motivo della sua esistenza.
Si pensi a quanto accaduto, quest’anno, all’Assemblea Mondiale della Sanità dove, dopo 8 anni di proficua partecipazione, Taiwan non ha potuto partecipare per il diktat di Pechino esplicitamente motivato dal diverso e sgradito colore del nuovo Governo taiwanese. Ovvero, una plateale motivazione politica di parte quando proprio lo Statuto dell’AMS/OMS esclude, tassativamente, le discriminazioni politiche essendo la salute un bene primario da tutelare al di sopra di ogni differenza di nazionalità, religione, idea politica e condizione economica. Le malattie, i virus, le epidemie non conoscono né frontiere né ideologie, ma all’AMS/OMS la pensano diversamente…fino al punto, un mese fa, di nominare (poi rimangiandosi la nomina a seguito di furibonde proteste) “Ambasciatore di buona volontà” il dittatore dello Zimbabwe, Mugabe, inquisito dalla Corte Penale Internazionale, ora in crisi terminale dopo 37 anni di regime che ha letteralmente distrutto il suo Paese.
Messi da parte questi aspetti grotteschi, dobbiamo prendere atto di una situazione molto complessa, che inevitabilmente rimanda ad ambiguità dettate dalla necessità di trovare un equilibrio tra realpolitik e principi. Secondo noi promotori della Mozione – che si inserisce nel quadro della più generale Mozione pro-Taiwan già approvata dal Senato il 27 giugno scorso e alla quale Geopolitica.info ha dato risalto – per quanto concerne le tematiche ambientali le ambiguità vanno tolte dal tavolo, perché tutte le parti in campo avrebbero molto da guadagnare. Bisogna trovare la formula più adatta; siamo convinti che sia giusto, utile e importante lavorare per una soluzione che porti Taiwan al tavolo delle trattative. I primi a riceverne effetti positivi saranno certamente i taiwanesi ma, con loro, anche l’intera comunità internazionale. Perché, lo ribadisco, le questioni ambientali riguardano tutti, nessuno escluso, e continuare a marginalizzare la 22ª economia del mondo, che sta mettendo in campo politiche rigorose e futuristiche, non credo proprio che sia ragionevole.
http://www.geopolitica.info/intervista-al-senatore-marinello-doveroso-coinvolgere-taiwan-nella-lotta-al-cambiamento-climatico/

BIO TESTAMENTO. UNA LEGGE A FORTE CONTENUTO EUTANASIACO

Signor Presidente, onorevoli colleghi,  ci troviamo dinanzi a una proposta di legge controversa e divisiva sulla quale bisogna ragionar...