giovedì 7 aprile 2011

DISPOSIZIONI PIU' STRINGENTI PER GLI IMPIANTI A BIOMASSE

Ho presentato una interpellanza al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, il Ministro dello sviluppo economico, per sapere se i Ministri interpellati non ritengano opportuno emanare disposizioni assai più stringenti, in particolare in materia di bacino di approvvigionamento, sugli impianti a biomasse, i quali, potendo bruciare olii vegetali di diversa origine e la frazione biodegradabile dei rifiuti urbani ed industriali, rischiano di diventare tante piccole «bombe ecologiche» sparse sul territorio. E' molto semplice ricordare qui alcuni fatti.
Il comune di Ribera  è rinomato per la produzione di fragole, agrumi e pesche; il settore agrumicolo in particolare si fregia del marchio comunitario di denominazione di origine protetta (DOP); ebbene, a Ribera la regione Sicilia ha autorizzato la realizzazione di un impianto energetico a biomassa liquida di tipo cogenerativo, basato su un motore turbodiesel stazionario alimentato ad olio (colza, girasole, palma, soia, jatropha). Avverso l'iniziativa si è pronunciato, forte di una pronunzia all'unanimità del consiglio comunale, il sindaco Carmelo Pace, che ha richiesto alla regione la revisione dell'autorizzazione a causa dei numerosi, significativi rilievi sia di carattere tecnico, che procedimentale che il progetto presenta; le posizioni del comune sono sostenute da una apposita relazione tecnica rilasciata dall'università di Palermo;
innanzitutto, in violazione dell'articolo 28 del piano energetico regionale siciliano (PEARS), non sono evidenziate le modalità di reperimento della biomassa in questione; addirittura il progetto presentato dalla impresa promotrice fa riferimento alla sanza di olive, che essendo una biomassa solida non può essere utilizzata nell'impianto; in più, l'articolo 28 del PEARS, stabilisce che l'autorizzazione per gli impianti a biomasse è subordinata all'utilizzazione di biomasse provenienti almeno al 50 per cento da aree dislocate in un raggio non superiore a 70 chilometri dall'impianto (cosiddetta filiera corta); se non disponibili le biomasse utilizzate dovranno provenire esclusivamente dal territorio regionale. Mi sembra chiaro che la situazione, in questo caso è abbastanza chiara. Nessuno dei combustibili utilizzabili nell'impianto proviene da meno di 70 chilometri, né tantomeno su tutto il territorio regionale è presente una coltivazione tale da soddisfare il 100 per cento del fabbisogno; l'olio di palma, che è utilizzabile, proviene in gran parte dall'Indonesia a 6.000 chilometri di distanza. E' evidente quindi che l'impianto consumerà più energia di quanta ne potrà produrre.
A parte questo, il progetto presentato prevede l'emissione di biossido di azoto (NO2) pari a 10 parti per milione (ppm); la relazione tecnica dell'università di Palermo ha chiarito che gli studi dimostrano come la coltura dell'arancio non può essere esposta a concentrazioni di NO2 superiori a 0,25 ppm, pena defoliazione e calo della produzione; il progetto quindi presenta emissioni 40 volte superiori a quelle compatibili con le colture in atto. La vicenda dei termovalorizzatori, poi, fornisce uno spaccato allucinante della situazione in Sicilia, perche' dimostra come la criminalita' organizzata abbia una straordinaria capacita' di avere contezza di quelli che sono gli affari, e questo presuppone l'esistenza di un'area di contiguita' estremamente estesa e consolidata che abbraccia interi settori delle professioni, della politica e della pubblica amministrazione.

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