venerdì 17 febbraio 2017

Energia, ok commissione Ambiente Senato a risoluzione su Sen

Impegna il governo a garantire maggiore sostenibilità ambientale durante il processo di revisione. Marinello al VELINO: Posizione di cui la politica industriale del paese deve tener conto

Una Strategia Energetica Nazionale (Sen) più sostenibile dal punto di vista ambientale che promuova la più ampia partecipazione alla revisione del documento da parte di tutti coloro che sono impegnati nei percorsi di transizione energetica e decarbonizzazione. È questo il senso della risoluzione sulla Sen approvata oggi in commissione Ambiente del Senato dopo l’audizione del ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, che lo stesso dicastero sta approntando. “Si tratta di una risoluzione assolutamente coerente con la posizione del nostro paese, rappresentata non solo da precedenti atti parlamentare ma recepita anche dal nostro ministro dell’Ambiente ed espressa sia a livello comunitario sia nei grandi appuntamenti internazionali della Cop21 di Parigi e a Marrakech – ha detto al VELINO il presidente della Commissione Ambiente del Senato Giuseppe Marinello –. Questa posizione serve a dare una piattaforma politica di cui, in un certo qual modo, la politica industriale del nostro paese deve tener conto”.
La risoluzione impegna il governo “a orientare la revisione della Strategia energetica nazionale al rispetto degli obiettivi sottoscritti con l'accordo di Parigi nel 2015 e definiti nel piano operativo alla conferenza di Marrakech, avendo come orizzonte temporale il 2050 e le indicazioni operative il 2030”. E a rendere la Strategia energetica nazionale “coerente con la strategia di sviluppo a basse emissioni di carbonio e con la strategia nazionale di sviluppo sostenibile, nel quadro di un impegno alla definizione di una strategia climatica nazionale”. Ma anche a definire “gli obiettivi e le azioni settoriali coerenti con il quadro strategico complessivo, massimizzando le reciproche sinergie”, prevedendo la revisione “del sistema di governance nel settore energetico”, individuando un “soggetto unico” in grado di “coordinare e semplificare l'insieme delle azioni e delle misure già previste nell'ambito dell'attività dei vari Ministeri coinvolti nonché di altri enti pubblici, per rendere più efficace e produttiva la realizzazione delle diverse azioni”.
# Infine, la risoluzione punta a impegnare il governo a “promuovere la ricerca, le innovazioni tecnologiche” nel settore delle fonti rinnovabili, dei sistemi di accumulo e di distribuzione, nel settore dell'efficientamento energetico, a definire “politiche di decarbonizzazione rafforzate”, supportate anche da un'adeguata e coerente “fiscalità ambientale”, per rendere più convenienti le fonti rinnovabili con incentivi impliciti ai combustibili alternativi e all'efficienza, in grado di sostenere il raggiungimento degli obiettivi europei sull'economia circolare, di rilanciare il sistema degli ETS, rivedendo il sistema delle accise sulla base delle emissioni di CO2. A sostenere “misure di mitigazione ambientale e di riforestazione” per contribuire alla riduzione e alla cattura della CO2 e a promuovere e sostenere “l'adozione di misure, sostegni e incentivi che contengano e riducano fortemente le emissioni di inquinanti - industriali, dei veicoli stradali e degli impianti di riscaldamento civili - ai fini del miglioramento della qualità dell'aria, soprattutto nel bacino padano nonché in tutte le altre aree del Paese gravate da situazioni di criticità - ad esempio, le aree di Brindisi e Taranto”.
# Soddisfatto anche il Pd. Per Stefano Vaccari, capogruppo del Pd in Commissione, “il percorso svolto dalla Commissione Ambiente del Senato - spiega Vaccari - è stato tempestivo ed utile per indirizzare il lavoro in corso per la ridefinizione della nuova Strategia Energetica Nazionale, in particolare sugli aspetti ambientali che rivestono una grande importanza”. Mentre per Laura Puppato, capogruppo del Pd nella Commissione Ecomafie, occorre “istituire limiti di emissione differenziati per gli impianti di produzione di energia, come quelli a biomasse, che in zone come la Pianura Padana potrebbero essere più stringenti proprio per evitare importanti danni sanitari che in Italia, causano circa 21 mila morti l'anno”.

giovedì 2 febbraio 2017

I CONTRIBUENTI SI FIDANO PIU' DELLA CHIESA CHE DELLO STATO

Al Presidente del Consiglio dei ministri. -
Premesso che, secondo quanto risulta agli interroganti:con deliberazione 23 dicembre 2016 n. 16/2016/G, la Corte dei conti ha pubblicato la relazione riguardante la "destinazione e gestione dell'8 per mille dell'Irpef: le azioni intraprese a seguito delle deliberazioni della Corte dei conti";
come ogni anno, sulla base del referto della Corte dei conti, quotidiani come "la Repubblica" o "il Fatto Quotidiano" rincarano la dose, stigmatizzando il fatto che la chiesa cattolica incassa l'80 per cento della destinazione dell'8 per mille sulla dichiarazione Irpef, senza tener conto che si tratta di una libera scelta dei contribuenti;
destinare la quota dell'Irpef alla chiesa cattolica o a un'altra confessione religiosa non è obbligatorio, ma la legge n. 222 del 1985 (art. 47) stabilisce che l'8 per mille di chi non effettua la scelta viene ripartito tra i beneficiari "in proporzione alle scelte espresse". In tal modo, per i magistrati contabili, vengono violate proporzionalità e uguaglianza;
considerato che:
secondo i giudici, sarebbe "opportuna una rinegoziazione tra Stato e confessioni religiose del sostegno finanziario che arriva con l'8 per mille". L'8 per mille, scrivono i magistrati contabili, vale 1,2 miliardi di euro all'anno ma non rispetta "i principi di proporzionalità, volontarietà e uguaglianza". Infatti i beneficiari "ricevono più dalla quota non espressa che da quella optata". E su questo nodo "non vi è un'adeguata informazione, benché coloro che non scelgono siano la maggioranza e si possa ragionevolmente essere indotti a ritenere che solo con un'opzione esplicita i fondi vengano assegnati";
in pratica, evidenzia la Corte, la maggioranza degli italiani (negli ultimi anni circa il 54 per cento) quando compila la dichiarazione dei redditi non indica a chi vuole destinare la quota. D'altronde si tratta di un'opzione, non di un obbligo; inoltre, la legge citata, varata quasi 30 anni fa con il Governo Craxi, stabilisce che l'8 per mille di chi non effettua la scelta sia ripartito tra i beneficiari "in proporzione alle scelte espresse";
lo Stato "mostra disinteresse per la quota di propria competenza", di qui la drastica riduzione delle quote a suo favore. Lo "Stato, secondo l'analisi della Corte, è l'unico competitore che non sensibilizza l'opinione pubblica sulle proprie attività con campagne pubblicitarie", pertanto si evidenzia "la marginalizzazione dell'iniziativa pubblica e la compromissione della possibilità di ricevere maggiori introiti";
ad aggravare tale situazione è l'annoso problema della destinazione delle poche risorse (170 milioni di euro stando agli ultimi dati) che finiscono nelle casse pubbliche: la legge prevede che vengano utilizzate per "scopi di interesse sociale o di carattere umanitario", ma da sempre i Governi tendono a utilizzarle come un bancomat per tamponare altre necessità. Così non di rado, in passato, le leggi finanziarie hanno distratto una quota di fondi destinandoli alle esigenze più diverse, comprese le missioni militari all'estero. Queste finalità sono chiaramente "antitetiche alla volontà dei cittadini" che vorrebbero destinare il loro contributo alla lotta alla fame nel mondo, all'assistenza ai rifugiati, agli interventi contro le calamità naturali o alla conservazione dei beni culturali statali, ovvero gli scopi per cui lo Stato dovrebbe impiegare la quota di sua competenza;
così l'82 per cento delle risorse finisce alla chiesa cattolica, mentre solo il 13,32 per cento allo Stato, 3,2 per cento ai valdesi e percentuali ridottissime alle altre confessioni religiose;
considerato, inoltre, che:
la Conferenza episcopale italiana ha risposto con un comunicato al clamore mediatico scatenato dai quotidiani e dalle dichiarazioni della Corte dei conti; ad avviso della Cei "le affermazioni contenute nella Relazione circa l'entità del finanziamento - che non solo evocano l'attivazione da parte statale delle procedure di revisione del sistema ma si spingono fino a ritenere in parte venute meno le ragioni che giustificano tale sistema - presentano profili problematici e in talune formulazioni risultano esorbitanti". Col sistema dell'8 per mille "è stata attribuita ai cittadini la facoltà di decidere quale debba essere la destinazione di una quota del bilancio dello Stato misurata su una parte del gettito Irpef. Un caso di democrazia nell'indirizzo della spesa pubblica, nell'ambito di finalità predefinite, che coinvolge anche il cittadino non praticante o addirittura non credente, il quale apprezza l'opera della Chiesa in Italia e intende che la collettività nazionale la riconosca e la sostenga, assegnandole una quota, seppur modesta, del gettito fiscale. In uno Stato democratico-sociale come il nostro, l'apporto alle confessioni religiose delle risorse pubbliche è fondato sull'apprezzamento della rilevanza sociale, culturale ed etica della presenza e dell'azione della Chiesa e sul compito, che la Costituzione italiana assegna alla Repubblica, di rimuovere gli ostacoli e di promuovere le condizioni per il pieno esercizio delle libertà fondamentali dei cittadini, tra le quali vi è indubbiamente la libertà religiosa". Pertanto, "occorre evitare il rischio di una visione parziale, che non solo ignora o trascura i benefici per la collettività che derivano dall'impiego dell'8 per mille da parte delle confessioni religiose, ma finisce per mettere in discussione i capisaldi del sistema, prospettando opzioni di politica del diritto discutibili nel merito e comunque estranee al perimetro dell'indagine amministrativa contabile";
in ogni caso, l'impiego del gettito della quota dell'8 per mille Irpef è stato sempre oggetto della valutazione triennale della commissione paritetica istituita a norma dell'art. 49 della legge n. 222 del 1985, con giudizi di sostanziale e condiviso apprezzamento circa la funzionalità del sistema, maturato all'esito di un esame rigoroso;
per quel che concerne il meccanismo tanto criticato delle cosiddette scelte non espresse, si deve osservare che la mancata espressione della propria scelta non equivale (e non può esservi assimilata in via interpretativa) al rifiuto del sistema o alla volontà di non parteciparvi. La scelta del legislatore è stata quella di ripartire una quota dell'Irpef generale sul modello delle votazioni politiche, momento esemplare di partecipazione democratica, dove il numero dei votanti non determina il numero dei seggi da assegnare, che sono infatti tutti assegnati, anche se non tutti gli elettori si recano alle urne. Questa scelta rimane ancora oggi pienamente attuale, in quanto ispirata a ragioni di principio che non possono essere ignorate per esigenze economiche contingenti, che invero sembrano rappresentare la motivazione prevalente, se non esclusiva, di alcune ipotesi alternative emerse nel dibattito;
sembra, oltre tutto, di cattivo gusto per gli interroganti, e al di fuori delle competenze dei giudici contabili, insinuare dei dubbi sul corretto operato degli intermediari ed in particolare dei Caf, quando unicamente nell'1,67 per cento dei casi esaminati le scelte del contribuente non risultano trasmesse correttamente dal Caf;
ritenuto che:
"la Repubblica", nei suoi articoli, considera l'acquisizione dell'82 per cento delle risorse dell'8 per mille da parte della chiesa cattolica quale risultato degli spot pubblicitari della Cei, senza considerare che i contribuenti evidentemente si fidano più della chiesa che dello Stato sull'uso dei propri soldi;
in un articolo del 15 gennaio 2017 si legge: "La Chiesa cattolica, scatenata, le tenta tutte pur di fare il pieno di soldi con il meccanismo dell'8 per mille. E si affida soprattutto a campagne di spot in tv, che risultano "martellanti" ed efficacissime. Invece lo Stato italiano - che pure avrebbe bisogno di questo contributo, ad esempio per ristrutturare le scuole - non si impegna per convincere i contribuenti. La Corte dei conti, sorpresa dalla timidezza dei nostri governi, ha anche altri dubbi. Contesta allo Stato italiano di essere sleale quando impiega i soldi che riceve (quasi suo malgrado) dall'8 per mille",
si chiede di sapere:
se il Governo non ritenga opportuno attivare tutti i canali di mediazione, al fine di rimodulare i toni delle testate giornalistiche in merito a questioni e polemiche ad avviso degli interroganti infondate, tenuto conto che il meccanismo di elargizione dell'8 per mille è disciplinato per legge e non vi sono evidenze circa uno scorretto utilizzo da parte della Conferenza episcopale italiana;
se non ritenga opportuno attivare tutte le relazioni fra i poteri dello Stato, affinché i giudici contabili si limitino a relazionare le evidenze oggettive e i dati statistici, evitando giudizi di valore che esulano dalle competenze loro attribuite;
considerata ad avviso degli interroganti l'evidente incapacità dello Stato nel gestire le risorse dell'8 per mille e gli strumenti connessi, se non ritenga opportuno riformare il meccanismo piuttosto che accusare infondatamente altre istituzioni o organismi che hanno dato prova nel corso del tempo di riuscire a colmare e sostituire l'azione sociale pubblica, in molti casi inefficiente. 

mercoledì 1 febbraio 2017

INTERVENTO IN DISCUSSIONE GENERALE SULLA PROTEZIONE CIVILE

Signor Presidente, 
evidentemente non illustrerò il provvedimento, perché questo è un compito che spettava ai due relatori, i senatori Caleo e Collina, e credo l'abbiano svolto proficuamente. Né evidentemente voglio fare un intervento lungo e complesso. Vorrei invece limitarmi a una serie di considerazioni. Ho ascoltato alcuni degli interventi dei colleghi che mi hanno preceduto ed ho sentito dei ragionamenti assolutamente fuori tema: chi ha confuso questo momento parlamentare con un momento di sindacato ispettivo, con un momento di denunzia politica oppure con una sorta di atto di indirizzo; chi ha utilizzato il dibattito politico con argomenti retorici e talvolta demagogici o addirittura per creare allarmismo. Credo che questa materia sia assolutamente seria e una materia di tale serietà, a mio avviso, deve essere affrontata dal legislatore in maniera composta. Ci stiamo occupando di una legge delega che razionalizzi, modernizzi e omogeneizzi il sistema di protezione civile che, come tutti sappiamo, è nato nel 1992 e rappresenta una delle eccellenze del nostro Paese. È evidente, tuttavia, che dal 1992 a oggi si sono susseguiti - ahimè - innumerevoli accadimenti calamitosi; soprattutto, dal 1992 a oggi la macchina, che ha funzionato, necessita non di un restyling ma di alcuni importanti cambiamenti.
Questo è essenzialmente il significato del disegno di legge e questo è il lavoro che hanno svolto prevalentemente i colleghi nell'altro ramo del Parlamento. Sappiamo, infatti, che soprattutto l'altro ramo del Parlamento ha lavorato alacremente a questo provvedimento. In Senato abbiamo avuto, in effetti, poco tempo: le due Commissioni, 1ª e 13a, hanno effettuato una serie di audizioni e un'attività di approfondimento, ma evidentemente i tempi, non della politica, ma del Paese hanno determinato che questo testo arrivasse in Assemblea come un provvedimento d'urgenza per giungere a una rapida definizione.
Se perdiamo di vista questi elementi essenziali torniamo alla retorica, all'allarmismo, alla demagogia. Poiché, come dicevo innanzi, la questione è di portata notevole ed è assolutamente seria, è di tutta evidenza che non solo noi non possiamo permetterlo, ma anche il Paese non può permetterselo.
Partendo da queste considerazioni, ritengo che il disegno di legge abbia sostanzialmente una serie di meriti. Ha il merito di omogeneizzare un sistema, di stabilire una serie di principi e priorità, dando, a mio avviso, alla Protezione civile quei compiti che essa ha in sé. Nel corso di questi anni, infatti, si è fatta un po' di confusione e si è tracimato rispetto al ruolo della Protezione civile. Essenzialmente la Protezione civile interviene di fronte alle grandi calamità, a tutela della vita umana e, nel momento dell'emergenza, anche a tutela delle attività produttive; ma, superato e affrontato il momento dell'emergenza, sono altre le istituzioni che devono provvedere al ripristino e al ritorno alla normalità. Credo che il provvedimento vada essenzialmente in questa direzione.
Signor Presidente, in questo provvedimento si differenziano le responsabilità, i livelli di gestione amministrativa e i livelli autorizzativi; soprattutto si investe di un importante ruolo il Presidente del Consiglio pro tempore, assegnando allo stesso un'attività di indirizzo e di coordinamento, da svolgere avvalendosi del Dipartimento della protezione civile e delle funzioni e delle strutture della Presidenza del Consiglio.
Ci sono altri punti qualificanti in questo provvedimento di legge, come il coinvolgimento dell'università e degli istituti di ricerca e di questo si è parlato poco. Evidentemente, oggi il sistema di previsione dei grandi rischi e delle calamità naturali non è quello né di quaranta o cinquant'anni fa, né del 1992. 
Tra l'altro, oggi i mezzi messi a disposizione dalle nuove tecnologie, dalla ricerca e dall'università, non solo per affrontare l'emergenza, ma anche per gestirla meglio e per poter poi procedere alacremente al ripristino della normalità, sono più evoluti. È di tutta evidenza, quindi, che questo sistema deve essere omogeneizzato e integrato con il sistema della protezione civile.
Il provvedimento ha anche il merito di definire il sistema di funzionamento a regime anche dal punto di vista finanziario, attribuendo dotazioni in sede di legge di stabilità e definendo le procedure per l'eventuale integrazione, garantendo i fondamentali requisiti di trasparenza e tracciabilità dei flussi finanziari.
Devo però fare una considerazione tutta politica. Noi stiamo operando sicuramente bene cercando di approvare alacremente il disegno di legge in esame. Tuttavia, sappiamo bene che, per diventare operativo, il provvedimento necessita di decreti attuativi e misure che, una volta emanate dal Consiglio dei ministri, dovranno passare al vaglio delle competenti Commissioni parlamentari prima di arrivare a una reale ed effettiva applicazione. Tutto questo impone evidentemente al Parlamento di fare in fretta, ma bene, e al Governo una seria assunzione di responsabilità.
In quest'Aula abbiamo ascoltato il presidente Gentiloni Silveri prendere impegni anche nello specifico. Poiché sappiamo essere il presidente Gentiloni Silveri una persona seria e, potremmo dire in senso shakespeariano, anche una persona d'onore, siamo convinti che egli farà di tutto per ottemperare a tali impegni.
Questo apre anche un'altra questione più importante in giornate in cui - si tratta di una mia opinione personale e non intendo impegnare il mio partito e la sua dirigenza - ci sono delle spinte centrifughe che tendono a privilegiare egoismi, interessi personali, ambizioni personali o spirito di rivalsa e rivincita rispetto a ben altre partite. Credo che, in questa situazione, sia il momento di far prevalere l'interesse del Paese e il senso di responsabilità. Oggi l'Italia e i cittadini italiani chiedono alla politica e al Parlamento non risse o liti e d'altronde, abbiamo visto anche nei mercati internazionali (l'aumento dello spread negli ultimi giorni lo dimostra) i risultati di tali risse e del clima che oggi prevale non in Parlamento, ma nella politica italiana nel suo complesso. Orbene, come dicevo poc'anzi, il Parlamento e soprattutto il Governo devono dimostrare senso di responsabilità e capacità di assunzione di tale responsabilità. Qui siamo al momento del discrimen tra chi vuole essere servitore dello Stato, chi vuole lavorare per il bene comune, chi magari aspira legittimamente a essere considerato uno statista e chi invece è un uomo che pensa solo alla propria bottega.
È per questo motivo che dobbiamo approvare alacremente il disegno di legge in esame. Tuttavia, sarà poi importante il lavoro che svolgeremo da parlamentari responsabili specie nelle Commissioni competenti (parlo impegnando questa volta la Commissione territorio, ambiente, beni ambientali e il collega Caleo), incalzando il Governo affinché adotti provvedimenti conseguenti nella maniera migliore possibile e in un tempo ragionevolmente utile per il Paese.

venerdì 27 gennaio 2017

INTERROGAZIONE SULLE ASSICURAZIONI GENERALI

Al Ministro dell’Economia e delle Finanze
Premesso che:
negli ultimi giorni gli organi di stampa hanno riportato alcune indiscrezioni relative a presunte operazioni che coinvolgerebbero Assicurazioni Generali S.p.A. ed altri gruppi di rilievo, italiani ed europei, nel settore assicurativo e creditizio;
in particolare, attraverso un’operazione di prestito titoli, Assicurazioni Generali S.p.A. avrebbe acquisito i diritti di voto su 505 milioni di azioni di Intesa Sanpaolo, pari al 3,01% del capitale;
in assenza di motivazioni ufficiali, diverse testate considerano tale operazione come una manovra difensiva di Assicurazioni Generali S.p.A. nei confronti di un potenziale interesse da parte di Intesa Sanpaolo, in quanto se quest’ultima acquisisse azioni di Assicurazioni Generali S.p.A., i relativi diritti di voto sarebbero sterilizzati per effetto delle norme vigenti in materia;
il potenziale attacco potrebbe provenire non soltanto da gruppi italiani, come Intesa Sanpaolo, ma altresì da colossi esteri del settore assicurativo quali la francese Axa o la tedesca Allianz, che sarebbero pronti a rilevare parte delle attività del gruppo;
considerato che:
qualora fossero confermate, le indiscrezioni sarebbero di notevole impatto sul quadro macroeconomico italiano, tenuto conto che Assicurazioni Generali S.p.A. è uno dei primi proprietari immobiliari italiani con un patrimonio di circa 24 miliardi e detiene 500 miliardi di asset di cui ben 70 investiti in Titoli di Stato italiani, che rischierebbero pertanto di finire completamente o parzialmente in mani straniere qualora un’Opa da parte di Axa dovesse andare a buon fine;
da parte sua, Intesa Sanpaolo ha diramato un comunicato, dal quale si evince che sono in corso valutazioni su "possibili combinazioni industriali" con Assicurazioni Generali S.p.A., dal momento che il gruppo conferma, "in coerenza con il piano di impresa 2014-2017 reso noto al mercato, il proprio interesse industriale per la crescita nel settore del risparmio gestito, del private banking e in quello dell'assicurazione in sinergia con le proprie reti bancarie, anche con possibili partnership internazionali";
non si può quindi escludere, secondo le ricostruzioni fornite dalla stampa, che le operazioni in questione possano fare da ponte per la vendita di alcuni asset del Gruppo Generali a colossi del mercato assicurativo europeo, come appunto la tedesca Allianz, benché un’antitetica chiave di lettura vedrebbe una simile operazione in funzione di contrasto nei confronti della francese Axa;
Assicurazioni Generali S.p.A. è una delle poche compagnie finanziarie italiane ad avere caratura internazionale, essendo presente in 60 Paesi con 470 società e quasi 80 mila dipendenti;
si chiede di sapere:
se il Ministro in indirizzo sia informato di tali fatti e se gli stessi corrispondano a realtà;
quali iniziative intenda intraprendere per preservare l’italianità del terzo gruppo economico italiano nonché quarta compagnia di assicurazioni a livello mondiale;
quali iniziative intenda intraprendere per tutelare l’occupazione dei dipendenti italiani del Gruppo con particolare attenzione alle sedi direzionali di Trieste, Mogliano Veneto, Milano e Roma anche alla luce delle odierne considerazioni provenienti da fonti finanziarie che ipotizzano un possibile "spezzatino" della Compagnia.

lunedì 16 gennaio 2017

IL BELICE A 49 ANNI DAL TERREMOTO

CROCETTA ALL'ULTIMO POSTO PER GRADIMENTO. DATI DELLA GOVERNANCE POLL 2016

Tra i presidenti di regione l’esperienza premia. In vetta al Governance Poll 2016 si incontrano infatti due habituè delle prime posizioni, entrambi al secondo mandato. Luca Zaia taglia il traguardo per primo, spinto in alto da un rotondo 60% di cittadini veneti che si sentirebbero disposti a riconfermarlo alla guida della Regione se si votasse oggi; tre punti percentuali dietro, in seconda posizione, si piazza invece il toscano Enrico Rossi, grazie a un 57% di elettori che esprimono un gradimento nei suoi confronti.
Se la coppia di testa non presenta novità di rilievo, perché Rossi e Zaia battagliano da anni ai primi posti del Governance Poll con risultati alterni che a volte vedono prevalere il leghista e altre l’esponente del Pd, dietro le notizie sono parecchie. Una positiva riguarda il presidente della Lombardia Roberto Maroni, che con il 54% di consensi arriva al terzo posto e soprattutto migliora parecchio sia i numeri raccolti alle urne (+11,2%) sia i precedenti risultati nel Governance Poll. 
Quella più preccupante interessa invece il presidente della Sicilia Rosario Crocetta, che entra nell’anno elettorale accompagnato solo dal 28% di corregionali che si dicono pronti a confermarlo. Governance Poll ed elezioni, lo ribadiamo ogni volta, parlano due lingue in parte diverse, perché il monitoraggio di Ipr marketing tasta in assoluto il gradimento dei politici locali agli occhi dei cittadini mentre le elezioni mettono in gara diverse proposte: un numero di questo tipo, che segna il livello di gradimento più basso mai misurato dalla rilevazione annuale di Ipr Marketing su sindaci e presidenti, non rappresenta però il viatico migliore per tentare la riconferma.
Ma la distanza di 32 punti che separa Venezia da Palermo è solo l’aspetto più plateale di un’Italia divisa in due anche nell’approccio alla politica locale, un aspetto che balza agli occhi guardando la geografia del consenso regione per regione.
I cosiddetti “governatori” non sono in cima alla lista delle passioni degli italiani, e ottengono in media un tasso di gradimento del 43,3%, largamente sotto la “sufficienza” e staccato di dieci punti abbondanti dal 53,5% raccolto in media dai sindaci. Questo dato generale è però il frutto di due tendenze opposte: al Nord il consenso medio è del 48%, e segna un aumento del 4% rispetto ai voti veri raccolti dai presidenti alle urne, nel Mezzogiorno invece i «sì» si fermano al 39,5%, e segnalano una contrazione del 6,2% rispetto ai risultati elettorali. Le eccezioni non mancano, soprattutto in negativo come mostrano i dati più che opachi che accompagnano la presidente del Friuli Venezia Giulia Deborah Serracchiani (33% di consensi) o il suo collega ligure Giovanni Toti (37%), ma non riescono a “inquinare” una tendenza che rimane cristallina. A Sud solo il calabrese Mario Oliverio, al sesto posto con il 51% di apprezzamento, e il lucano Marcello Pittella, settimo con il 50%, si staccano dalla media territoriale.
Sia l’apprezzamento generale tutto sommato scarso per i presidenti di Regione sia la divisione netta fra Nord e Sud possono essere spiegati con il lungo e confuso cantiere del nostro federalismo, che ha prodotto più conflitti che chiarezza di compiti e responsabilità e ha finito per moltiplicare i costi di quest’altra eterna incompiuta italiana.
Gonfiare i bilanci nelle uscite sanitarie, protagoniste indiscusse dei conti regionali, e nelle entrate tributarie non è certo il modo migliore per coltivare l’apprezzamento dei cittadini, soprattutto perché l’altalena infinita fra slanci federalisti e riflussi centralisti per tamponare la crisi di finanza pubblica ha confuso le responsabilità alimentando il continuo rimpallo di colpe fra centro e periferia. Anche in questo contesto caotico, però, la qualità media percepita delle diverse amministrazioni continua ad avere un peso, e a determinare gli atteggiamenti dei cittadini nei confronti dei politici locali.
Da questo punto di vista, è interessante notare che le tre posizioni di fondo sono occupate dalle Regioni a Statuto speciale (Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta non rientrano nel Governance Poll perché lì non c’è l’elezione diretta del presidente). La situazione friulana ha dinamiche diverse rispetto a Sicilia e Sardegna, sia nei meccanismi di finanziamento sia nelle cause dello scarso consenso, per cui non è il caso di avventurarsi in parallelismi azzardati. Una morale però si può trarre, e indica che la maggiore disponibilità di risorse non produce in automatico consensi più ampi. Soprattutto quando, come in Sicilia e Sardegna, i mezzi dell’autonomia speciale non riescono nemmeno a scalfire una crisi economica e occupazionale che sembra senza vie d’uscita.
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-01-16/tra-governatori-primato-e-zaia-063515.shtml?uuid=AEDzUf

MEDAGLIA AL MERITO DIPLOMATICO CONFERITAMI DALLA REPUBBLICA DI TAIWAN

Sono fiero e orgoglioso di condividere con voi questa gioia.  Medaglia al merito diplomatico conferitami dal Ministro degli Affari Esteri...